Piero Consani

Nato a Pisa nel 1923, studente universitario della Facoltà di Ingegneria, svolse attività clandestina in un gruppo di giovani antifascisti. Dopo i bombardamenti che devastarono Pisa nell’estate del 1943, si trasferì a Seravezza, dove abitava la sorella Lina. Fu amico e fidato collaboratore di Gino Lombardi, con il quale condivise le vicende della nascente Resistenza Versiliese.

  Il 21 aprile 1944, in seguito ad un pesante rastrellamento subito dalla formazione da loro costituita- i “Cacciatori delle Apuane”-, Lombardi, Consani ed Ottorino Balestri partirono per Equi Terme, in Lunigiana, per prendere contatti con i partigiani locali allo scopo di unire le forze in un’unica brigata.

Fermati a Sarzana  da una pattuglia della GNR, nel tentativo di evitare la cattura, ingaggiarono una sparatoria durante la quale caddero Lombardi e due militi fascisti. Balestri riuscì a fuggire, mentre Consani, ferito ad una gamba, fu catturato dai repubblichini. Piantonato all’ospedale e poi condotto nel carcere di La Spezia, fu più volte interrogato, ma rivelò solo che era su intenzione “recarsi ai monti”, fornendo le false generalità di Luciano Marcucci e nessuna indicazione sulla precedente attività partigiana. Ricondotto a Sarzana, venne fucilato il 4 maggio 1944.

Così sono ricordati i suoi ultimi momenti di vita da alcuni testimoni

Piero Consani venne quindi riportato a Sarzana e l’indomani mattina venne condotto nel grande cortile interno della Cittadella Firmafede, l’antica fortezza fatta costruire da Lorenzo il Magnifico dopo la conquista di Sarzana da parte della Signoria fiorentina, che dal 1805 fungeva da carcere mandamentale.

Consani passò la notte in una cella del carcere, guardato a vista da una sentinella armata. Nel corso della serata il sarzanese Mario Bartoletti, allora giovane marinaio di leva, che insieme ai suoi commilitoni svolgeva funzioni di guardia alla Cittadella, si avvicinò alla cella e attraverso l’inferriata allungò una sigaretta al prigioniero, subito richiamato con durezza dal milite della   G.N.R. di guardia che fece l’atto di colpirlo con la cassa del moschetto.

La mattina successiva i marinai videro entrare nel grande cortile di accesso al forte, il plotone di esecuzione e dietro loro un giovane che camminava da solo in mezzo ai suoi carcerieri.

«Era un bel ragazzo, molto alto e biondo – racconta Mario Bartoletti –  era tranquillo, quasi assente, mentre prendeva posizione il plotone d’esecuzione formato da militi della stessa Guardia Nazionale Repubblicana, in gran parte sarzanesi. Mi avvicinai a lui, e dopo averla accesa gli diedi una seconda sigaretta e lui la prese fra le labbra, aspirando profondamente». Intanto il ragazzo era stato condotto contro il muro interno che a quel tempo sorgeva sul lato destro del cortile e che è stato poi abbattuto.

Fu testimone della morte di Consani anche Werther Bianchini, che si trovava in carcere alla Cittadella perché arrestato il 30 aprile, con l’accusa di essere il capo comunista del Fronte della Gioventù e di avere organizzato un volantinaggio in vista del 1° maggio. «Ricordo che quella mattina del 4 maggio – racconta oggi – dalle celle in ci trovavamo ai piani superiori, sentimmo le voci delle guardie, i passi del plotone di esecuzione e poco dopo una forte scarica e ancora, in successione, due colpi di pistola. Pensai, pensammo tutti, che ci fosse stata una duplice esecuzione».