Marcello Garosi

Nato a Firenze nel 1919, sottotenente dei Bersaglieri, coniugato con una figlia, dopo l’otto settembre sfollò a Corsanico (Massarosa), dove entrò in contatto con il CLN di Viareggio, partecipando, col nome di battaglia di “Tito” all’attività clandestina, che aveva come base la canonica di don Alfredo Alessandri, parroco di Marignana (Camaiore).

Nel maggio 1944 fu nominato comandante della formazione “Luigi Mulargia”, costituitasi sul monte Prana, che operò soprattutto sui monti di Massa, in seguito alla fusione con i partigiani locali.

 Purtroppo, l’esperienza di comandante partigiano di “Tito”fu breve in quanto cadde a Forno (Massa) il 13 giugno 1944, nel corso dell’attacco sferrato dai nazifascisti per  riprendere il controllo del paese, occupato dalla “Mulargia” quattro giorni prima, in seguito ai radiomessaggi che lasciavano prevedere l’ imminenza di uno sbarco alleato sulla costa della Toscana settentrionale.

Tuttavia, ebbe modo di mostrare indubbie doti di comandante, come coraggio, senso di responsabilità ed equilibrio, che suscitarono ammirazione in quanti ebbero modo di condividere con lui questo intenso periodo di lotta partigiana, e che gli valsero la concessione della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

Così sono stati ricostruiti gli ultimi momenti della sua vita:

 “ Nella notte tra il 12 e il 13 giugno, provenienti da La Spezia, un battaglione tedesco forte di 300/400 uomini ed un reparto di 50/100 uomini della X Mas, attaccarono Forno con una perfetta azione di accerchiamento attraverso due direttrici di marcia (dalla via Bassa Tambura, salendo da Massa e dal passo del Vergheto, salendo da Colonnata).

  L’attacco fu sicuramente una sorpresa per le forze partigiane. Unico tentativo di fermarlo consistette nel far brillare le mine che erano state predisposte sulla via Bassa Tambura in località Sant’Antonio, circa un chilometro prima di Forno. Esse costituivano una delle poche opere di difesa predisposte durante l’occupazione.

L’operazione, condotta dai partigiani della Brigata “Ceragioli” di Casette, comandati da Righetto, avvenne verso le quattro del mattino, ma non provocò danni anche perché parte della polvere non esplose forse a causa dell’umidità. Pochi sassi raggiunsero la strada e non fermarono certo l’avanzata del nemico.

Sul far dell’alba, quindi, si può presumere intorno alle 5, una squadra che si era svegliata e organizzata al rumore degli spari e dei bengala (ad ulteriore dimostrazione della sorpresa) affrontò i tedeschi in prossimità della chiesetta di Sant’Anna. Cinque uomini al comando di Mario Conti spararono con i mitra sui tedeschi, che risalivano la strada, e causarono con certezza feriti e vittime  la cui quantità è però impossibile da ricostruire. Questo è l’episodio più rilevante per l’eccidio perché offre anche una spiegazione per la scelta del luogo in cui i tedeschi nella serata organizzarono le fucilazioni ( 56 uomini fucilati, 10 partigiani caduti in combattimento, una donna e un bimbo uccisi in paese costituiranno il tragico bilancio della giornata).

Un’ altra squadra di partigiani aveva forse già sparato sui tedeschi 300 metri prima, al bivio tra Forno e Resceto, ma non esistono su ciò prove e testimonianze certe.

Infine i partigiani spararono sui tedeschi anche dalle prime case del paese, soprattutto da quella esistente sul fiume, ad una finestra della quale era stata posizionata una mitragliatrice che controllava 200 m. di strada. Questi partigiani ad un certo punto si defilarono, forse per aver finito le munizioni forse non riuscendo più a sostenere l’assalto nemico che proveniva non più solo dalla strada principale, ma anche dalla stradina che porta al cimitero sulla sinistra del Frigido. In quel momento, molto probabilmente, i nazifascisti provenienti dal Vergheto stavano già  entrando in paese dalla parte alta. Saranno state le 7-7,30 del  mattino.

E’ quasi impossibile ricostruire i movimenti di Tito in quelle ore frenetiche. Fu anch’egli svegliato dagli spari (era nella caserma dei Carabinieri, divenuta comando della “Mulargia”). Cercò di radunare i di collegarsi con i partigiani presenti in paese istruì la squadra di Conti che operò a  Sant’Anna e poi si mosse qua e là cercando di organizzare gli uomini.

Un altro epicentro di fuoco fu la Filanda, vecchio cotonificio esistente 300 m. a monte dell’abitato, a fianco delle sorgenti del Frigido. Su di essa avevano puntato i nazifascisti provenienti dal Vergheto, considerandola erroneamente come centrale del comando della resistenza.

I partigiani che vi avevano dormito l’avevano abbandonata ai primi spari. Alcuni fuggendo dietro lo stabilimento su per i pendii scoscesi, altri salvandosi addirittura lungo il canale di scarico,, altri ancora attraversando la strada e inerpicandosi sopra le rocce della località Pizzo Acuto, un torrione roccioso  che si eleva proprio  dirimpetto alla Filanda.

In quello stesso luogo venne a trovarsi Tito verso le ore 7,30-8 del mattino.

Il comandante era uscito dal paese con alcuni uomini da via Scalette, una mulattiera che appunto conduce al Pizzo, forse per raggiungere la filanda, nei cui dintorni si sentiva ancora sparare.

 Nelle piane dei “Muradelli” incontrarono i Tedeschi, si sparò e i partigiani si divisero. Tito si ritrovò solo alle casette del Pizzo e poi fu visto inoltrarsi sotto il torrione roccioso inseguito dai tedeschi che lo uccisero. La motivazione della medaglia d’oro al valor militare, che poi gli fu attribuita, recita con enfasi che Tito sui uccise con l’ultimo colpo della sua pistola, m  non esiste alcuna testimonianza a controprova di tale fatto ed a noi sembra  del resto che il suicidio nulla aggiunga alla qualità dell’uomo.

  Il suicidio resta quindi storicamente soltanto un’ipotesi, che del resto non è del tutto da escludere”.